Al via le misure per il credito d’imposta patrimonializzazione delle PMI e il Fondo Patrimonio PMI


Con il comunicato del 16 settembre 2020, il Ministro dello Sviluppo Economico ha reso noto che, con il Ministro dell’Economia e delle Finanze e l’Amministratore delegato di Invitalia, è stato firmato il decreto attuativo del programma denominato “Pari Passu”, che prevede incentivi sotto forma di credito d’imposta per gli aumenti di capitale effettuati dalle imprese, e istituito il “Fondo Patrimonio PMI” per il co-investimento da parte dello Stato, che potrà contare su una dotazione iniziale di 4 miliardi e che verrà gestito da Invitalia.

Le misure sono destinate a società di capitali o cooperative (ad esclusione di quelle che operano nei settori bancario, finanziario e assicurativo) che abbiano sede legale in Italia, con ricavi compresi fra 5 e 50 milioni di euro, e che abbiano subito una riduzione complessiva dei ricavi nei mesi di marzo e aprile 2020 pari ad almeno il 33% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente e che per questo motivo abbiano deliberato ed eseguito un aumento di capitale, dopo l’entrata in vigore del decreto Rilancio, il 19 maggio 2020, ed entro il 31 dicembre 2020.

Incentivi per patrimonializzazione delle PMI: è previsto un credito di imposta del 20% della somma investita, con un investimento non superiore ai 2 milioni di euro e partecipazione posseduta fino al 31 dicembre 2023, per i soggetti che effettuano conferimenti in denaro in esecuzione di un aumento di capitale, in una o più società, ed un ulteriore credito pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale stesso. Il decreto attuativo sul credito d’imposta prevede la presentazione delle istanze all’Agenzia delle Entrate.

Fondo Patrimonio PMI: il Fondo potrà sottoscrivere obbligazioni o titoli di debito di imprese con ricavi superiori a 10 milioni che effettuano un aumento di capitale non inferiore ai 250.000 euro.
Il decreto attuativo specifica le condizioni e i termini degli strumenti finanziari subordinati che potranno essere sottoscritti a valere sul Fondo stesso. Gli strumenti finanziari subordinati sono remunerati ad un tasso agevolato e non è prevista una valutazione del merito di credito per l’accesso alla misura.
Il finanziamento deve essere destinato ad investimenti, capitale circolante e costi del personale. Vengono incentivati gli investimenti finalizzati alla sostenibilità ambientale o all’innovazione tecnologica, oltre che a fronte del mantenimento dei livelli occupazionali, attraverso una riduzione del valore di rimborso. A salvaguardia delle risorse pubbliche sono previsti obblighi informativi e il monitoraggio sull’andamento delle imprese beneficiarie.
Tra i principali benefici attesi da questa misura ci sono il rafforzamento della struttura patrimoniale delle Pmi, grazie all’apporto dei capitali privati e all’effetto amplificativo del prestito statale, l’immediata liquidità disponibile per le aziende e una maggiore facilità di accesso al credito bancario.
È previsto un processo di richiesta ed erogazione semplice e rapido, gestito da Invitalia, che ha pubblicato a partire dalle ore 12 del 16 settembre, sul proprio sito Internet il modello per la presentazione della domanda e la restante documentazione richiesta ai fini dell’accesso alla misura.


Chiarimenti sulla cessione del credito locazione immobili a uso non abitativo


Fornite precisazioni sulla cessione del credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, introdotto dall’art. 28, D.L. n. 34/2020 (Agenzia delle Entrate – Risposta 16 settembre 2020, n. 364).

Nel caso di specie, i dubbi esposti dal contribuente riguardano la possibilità di usufruire del credito d’imposta di cui all’articolo 28, del “decreto rilancio”, in relazione ai canoni di locazione che hanno ad oggetto un immobile per il quale non risulta l’iscrizione in Catasto, in quanto “extraterritoriale, nonché la possibilità di cedere il credito al locatore.
Quindi, nel presupposto che il bene condotto in locazione dall’istante sia destinato allo svolgimento effettivo di una delle attività previste dalla legge (industriale; commerciale; artigianale; agricola; di interesse turistico), indipendentemente dalla circostanza che lo stesso non sia “accatastato” in quanto “non accatastabile, (poiché, si tratta di un immobile extraterritoriale) l’Agenzia ritiene che un particolare inquadramento immobiliare non è di per sé dirimente ai fini agevolativi, visto che ciò che rileva è la destinazione del bene immobile.
Ne consegue che il soggetto istante ha diritto all’agevolazione di cui all’articolo 28 del decreto legge n. 34 del 2020, fermo restando il ricorrere degli altri presupposti soggettivi ed oggettivi.
In merito alla cessione del credito, il comma 5-bis dell’articolo 28 del decreto rilancio, aggiunto in sede di conversione, prevede espressamente che: “in caso di locazione, il conduttore può cedere il credito d’imposta al locatore, previa sua accettazione, in luogo del pagamento della corrispondente parte del canone”.

Rimodulazione ambienti di lavoro per misure anti-covid: credito d’imposta per spese accessorie

Con la Risposta n. 362 del 2020 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che le spese per interventi sugli impianti e sulle superfici della struttura, resi necessari in conseguenza delle opere di redistribuzione degli spazi interni per adeguamento degli ambienti di lavoro alle misure anti-covid 19, possono essere computate ai fini del credito d’imposta previsto dal Decreto Rilancio. Restano invece esclusi dal beneficio gli investimenti in attrezzature che non rientrano tra i cosiddetti “arredi di sicurezza”.

DISCIPLINA AGEVOLATIVA


Il “Decreto Rilancio” prevede un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi di adeguamento degli ambienti di lavoro necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19.
Il beneficio, destinato ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo settore, è riconosciuto per le seguenti spese suddivise in due gruppi, interventi agevolabili e investimenti agevolabili:
1) gli interventi agevolabili sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2, tra cui rientrano espressamente:
– quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza. Sono ricomprese in tale insieme gli interventi edilizi funzionali alla riapertura o alla ripresa dell’attività, fermo restando il rispetto della disciplina urbanistica;
– gli interventi per l’acquisto di arredi finalizzati a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza (cosiddetti “arredi di sicurezza”).
2) gli investimenti agevolabili sono quelli connessi ad attività innovative, tra cui sono ricompresi quelli relativi allo sviluppo o l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa e per l’acquisto di apparecchiature per il controllo della temperatura (c.d. termoscanner) dei dipendenti e degli utenti. In merito alle nozioni di “innovazione” o “sviluppo”, occorre fare riferimento agli investimenti che permettono di acquisire strumenti o tecnologie che possono garantire lo svolgimento in sicurezza dell’attività lavorativa da chiunque prestata (ad esempio: titolari, soci, dipendenti, collaboratori), siano essi sviluppati internamente o acquisiti esternamente.
Il credito d’imposta può essere utilizzato in compensazione tramite modello F24, o in alternativa, entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.

CHIARIMENTI DEL FISCO


Per quanto concerne gli interventi agevolabili, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che deve trattarsi esclusivamente degli interventi necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2. Nel rispetto della ratio legis, inoltre, è necessario che i predetti interventi agevolabili siano stati prescritti da disposizioni normative o previsti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali.
Nel rispetto dei predetti elementi, devono ritenersi inclusi tra le spese agevolabili anche tutti i costi relativi ad interventi accessori per i quali risulti dimostrabile (in termini di relazione causa-effetto) che la relativa realizzazione si è resa necessaria a seguito della messa in atto di quelli principali (agevolabili). In particolare, possono essere considerate ai fini della fruizione del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro:
– le spese edilizie sostenute per il ripristino della pavimentazione degli ambienti nei quali risulta danneggiata la pavimentazione a seguito della rimodulazione degli stessi;
– le spese di rifacimento dell’impianto elettrico, compromesso dallo spostamento delle pareti interne a causa della rimodulazione degli ambienti.
Diversamente, devono ritenersi non agevolabili interventi accessori che si riferiscano a zone diverse da quelle oggetto di rimodulazione, anche se realizzati per ragioni di carattere economico ed estetico.


Per quanto concerne gli investimenti in attrezzature, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che non rientrano tra le spese agevolabili, in quanto non riconducibili agli arredi di sicurezza, né prescritti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali, quelle sostenute per:
– l’acquisto di un compattatore, volto ad una gestione più razionale e salubre dei rifiuti organici;
– l’installazione di un adeguato impianto di condizionamento/areazione utile ad una migliore circolazione/sanificazione dell’aria;
– l’installazione di un montacarichi, per la circolazione degli ordini della cucina, al fine ridurre i contatti ravvicinati e ripetuti tra il personale addetto al servizio ai tavoli.

No al “bonus sanificazione” per le spese di consulenza


17 SETT 2020 Le spese sostenute per la consulenza in materia di prevenzione e salute sui luoghi di lavoro, per la progettazione degli ambienti di lavoro, l’addestramento e la stesura di protocolli di sicurezza non devono essere considerate ai fini della fruizione del crediti d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio. AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 16 settembre 2020, n. 363)

L’articolo 125 del Decreto rilancio, ha introdotto un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese «sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti».
Il comma 1 dell’articolo 125 stabilisce che la disposizione in esame trova applicazione nei riguardi di «soggetti esercenti attività d’impresa, arti e professioni, […] enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti».
Il cd. Credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione è utilizzabile (in base al combinato disposto dell’articolo 125, comma 3, del decreto Rilancio con l’articolo 122, comma 2, lettera c), del medesimo decreto):
– in compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (modello F24);
– nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa; o, in alternativa
– entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.
Con il provvedimento Prot. n. 259854 del 10 luglio 2020 sono stati definiti i criteri e le modalità di applicazione e fruizione dei crediti d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione, di cui agli articoli 120 e 125 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, nonché le modalità per la comunicazione dell’opzione per la cessione del credito di cui all’articolo 122, comma 2, lettere c) e d), del decreto rilancio.
Il credito d’imposta in esame sostituisce il credito d’imposta già previsto dall’articolo 64 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro e dall’articolo 30 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 per l’acquisto di dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro.
Con la circolare del 10 luglio 2020, n. 20/E, inoltre, sono stati forniti i primi chiarimenti in relazione all’agevolazione qui in esame. In particolare, con tale documento di prassi è stato precisato che il comma 2 dell’articolo 125 del decreto contiene un elenco esemplificativo di fattispecie riferibili alle spese agevolabili, identificate nel comma 1.
Ciò premesso, seppur il comma 2 rappresenti un elenco non esaustivo è necessario che le spese sostenute siano, in ogni caso, riferibili alle attività menzionate nel comma 1. Si tratta, in particolare:1. della sanificazione degli ambienti (e degli strumenti utilizzati), come descritta nel paragrafo 2.2.1 della circolare n. 20/E del 2020;
2. dell’acquisto di dispositivi di protezione individuale (e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti), cfr. paragrafo 2.2.2 del menzionato documento di prassi.
Alla luce di ciò, le spese oggetto della presente istanza (le spese sostenute per la consulenza in materia di prevenzione e salute sui luoghi di lavoro, per la progettazione degli ambienti di lavoro, l’addestramento e la stesura di protocolli di sicurezza) non devono essere considerate ai fini della fruizione del crediti d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio.

Bonus adeguamento degli ambienti di lavoro: escluso l’acquisto di un ascensore


Le spese sostenute nel corso del 2020 per l’acquisto e l’installazione di un ulteriore ascensore non rientrano in relazione alle quali è possibile fruire del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, di cui all’articolo 120 del decreto rilancio (Agenzia Entrate – risposta 16 settembre 2020, n. 361).

Il Decreto rilancio ha introdotto un credito d’imposta in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19, destinato ai soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico.


Il credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro è utilizzabile:


– esclusivamente in compensazione (modello F24) o, in alternativa


– entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.


Con l’uscita del Decreto Rilancio, la stessa Agenzia delle Entrate ha fornito i primi chiarimenti precisando che gli interventi agevolabili sono quelli necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure finalizzate al contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2, tra cui rientrano espressamente:


– quelli edilizi necessari per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni, nonché per l’acquisto di arredi di sicurezza (sono ricomprese in tale insieme gli interventi edilizi funzionali alla riapertura o alla ripresa dell’attività, fermo restando il rispetto della disciplina urbanistica);


– gli interventi per l’acquisto di arredi finalizzati a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza (cosiddetti “arredi di sicurezza”).


Ai fini dell’accesso al credito d’imposta è quindi necessario che le tipologie di interventi agevolabili siano stati prescritti da disposizioni normative o previsti dalle linee guida per le riaperture delle attività elaborate da amministrazioni centrali, enti territoriali e locali, associazioni di categoria e ordini professionali.


Ciò premesso, l’acquisto e l’installazione di un ulteriore ascensore che non rientra tra gli interventi agevolabili espressamente previsti da disposizioni normative.


Di fatto le disposizioni Covid-19 destinate agli ascensori prevedono esclusivamente che “l’utilizzo degli ascensori deve essere tale da consentire il rispetto della distanza interpersonale, pur con la mascherina,prevedendo eventuali deroghe in caso di componenti dello stesso nucleo familiare/gruppo di viaggiatori”. Si tratta, quindi, di prescrizioni destinate a regolamentare l’uso degli impianti esistenti che non impongono in alcun modo l’incremento degli ascensori, al fine a garantire la riapertura delle attività commerciali in sicurezza.


Precisazioni sul credito d’imposta per canoni di locazione ad uso non abitativo


Forniti chiarimenti sull’accesso al credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, previsto dall’articolo 28 decreto legge n. 34 del 2020, da parte di un professionista conduttore in sublocazione di una stanza di un immobile (Agenzia delle Entrate – Risposta 15 settembre 2020, n. 356).

Quesito


Il contribuente avvocato rappresenta di condurre in sublocazione una stanza compresa in un immobile dal 15 febbraio 2017, adibita all’esercizio della propria attività professionale e regolata, trattandosi di utilizzo del bene per finalità diversa da quella abitativa, dalla legge n. 392 del 1978.
L’Istante evidenzia di aver subito nei mesi di aprile e maggio 2020, in conseguenza dell’emergenza da Covid-19, drastiche contrazioni dei redditi derivanti dalla propria attività professionale, che hanno comportato una riduzione in misura superiore al 50% rispetto ai corrispondenti mesi di aprile e maggio 2019.
Chiede all’Agenzia delle Entrate se possa accedere al credito d’imposta previsto dall’articolo 28 decreto legge n. 34 del 2020 (c.d. “Decreto Rilancio”).

Risposta


Considerata la finalità dell’articolo 28 del decreto Rilancio di contenere gli effetti economici negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 che hanno determinato una riduzione dei ricavi o dei compensi delle attività economiche a fronte dell’incidenza dei costi fissi quali, ad esempio, il canone di locazione, l’Agenzia ritiene che l’Istante potrà, accedere al beneficio previsto dall’articolo 28 del decreto Rilancio, avendo stipulato un contratto di sublocazione disciplinato dalla legge n. 392 del 1978, sempreché sussistano tutte le altre condizioni previste dalla norma agevolativa.


Chiarimenti sul trattamento fiscale applicabile ai lavoratori cooperanti


  Ai lavoratori cooperanti che alternano periodi di lavoro in Italia e all’estero, per i periodi, anche brevi prestati all’estero, trova applicazione la disciplina convenzionale riproporzionata secondo il criterio stabilito all’art. 3, D.M. 16 dicembre 2015 (Agenzia Entrate – risposta 15 settembre 2020, n. 353).

In deroga al principio della determinazione analitica del reddito, la base imponibile per i rapporti di cooperazione dei volontari e dei cooperanti è determinata sulla base dei compensi convenzionali fissati annualmente con decreto del Ministero degli affari esteri di concerto con il ministero del lavoro e delle politiche sociali, indipendentemente dalla durata temporale e dalla natura del contratto purché stipulato da organizzazione non governativa riconosciuta idonea.


Per detti rapporti, purché intercorrenti con un’organizzazione non governativa riconosciuta idonea, la base imponibile, in deroga ai criteri ordinari, è costituita dagli ammontari convenzionali stabiliti mediante decreto del Ministro degli affari esteri di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali.


La suddetta modalità di determinazione dell’imponibile è applicabile, per espressa disposizione normativa, quale che sia la durata temporale e la natura del rapporto giuridico instaurato.


La disciplina in esame si riferisce esclusivamente ai compensi percepiti dai volontari e dai cooperanti che prestano la loro attività nel quadro di progetti di cooperazione allo sviluppo, al servizio di un’organizzazione non governativa (ONG) riconosciuta idonea.


Ferma restando l’applicazione del meccanismo di determinazione forfetaria della base imponibile, l’indagine sulla natura del rapporto sostanziale che lega il volontario o cooperante all’ONG rimane fondamentale ai fini di individuare gli adempimenti cui sono tenuti, in qualità di sostituti di imposta, gli enti che erogano i compensi.


Pertanto, qualora i redditi derivanti dall’attività prestata siano riconducibili a redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, troveranno applicazione, relativamente alle ritenute alla fonte e agli adempimenti del sostituto d’imposta, le disposizioni dell’art. 23, D.P.R. n. 600/1973.


Qualora, invece, dal rapporto sostanziale derivino, in favore del volontario o cooperante, compensi riconducibili ai redditi di lavoro autonomo (come nel caso di prestazioni professionali), l’organizzazione che eroga i compensi dovrà porre in essere gli adempimenti di cui all’art. 25 del cit. D.P.R..


Per quanto riguarda le ritenute alla fonte e gli adempimenti del sostituto d’imposta, troveranno applicazione nel caso di specie gli articoli 23 e 24 del D.P.R. n.600 del 1973, a seconda che si tratti di redditi di lavoro dipendente o assimilati a quelli di lavoro dipendente, a prescindere, come chiarito nella circolare n. 15/E del 2002,dalla qualificazione formale di redditi di lavoro autonomo.


In tale ipotesi, la certificazione unica (CU) che il sostituto d’imposta è tenuto a rilasciare ai lavoratori dipendenti e parasubordinati:


– nel punto 6, il numero complessivo dei giorni di lavoro effettuati nel periodo di imposta, comprensivo sia di quelli in cui l’attività lavorativa è stata svolta in Italia ed è soggetta alle regole di tassazione ordinaria, che di quelli in cui l’attività è stata prestata all’estero ed è soggetta al regime convenzionale;


– nei punti 1 e 2, l’ammontare complessivo della retribuzione reale,corrisposta per i periodi di lavoro svolto in Italia, e della retribuzione convenzionale,per i periodi di lavoro svolto all’estero, riparametrata in base al criterio stabilito nell’articolo 3 del decreto 16 dicembre 2015 e, cioè, moltiplicando l’importo mensile della retribuzione convenzionale per il numero di giorni di lavoro svolto all’estero, diviso 26;


– nel punto 21, l’ammontare complessivo delle ritenute operate sulla parte della retribuzione relativa ai periodi di lavoro svolto in Italia e su quella relativa ai periodi di lavoro svolto all’estero;


– nelle annotazioni, in corrispondenza del codice AD, la distinta indicazione dello Stato estero e degli importi, delle ritenute e del numero dei giorni corrispondenti ai periodi di lavoro svolto all’estero, per i quali si applica il regime fiscale convenzionale.


Esibizioni all’estero di artisti stranieri: compensi senza ritenuta

Con Risposta a interpello n. 354 del 15 settembre 2020, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che sui compensi per le prestazioni artistiche eseguite all’estero da artisti stranieri, il sostituto d’imposta può non operare la ritenuta d’acconto, a condizione che l’artista presenti apposita domanda corredata della certificazione di residenza fiscale all’estero rilasciata dalla competente autorità fiscale estera e dalla documentazione comprovante l’effettivo esercizio dell’attività lavorativa all’estero.

In tema di applicazione delle ritenute alla fonte sui compensi corrisposti, da parte di un ente italiano sostituto d’imposta, ad artisti stranieri scritturati per esibizioni all’estero, occorre tener conto sia della normativa italiana, sia delle norme convenzionali previste dal Modello OCSE di Convenzione per eliminare le doppie imposizioni.


NORMATIVA ITALIANA


Per i soggetti non residenti, il TUIR stabilisce che l’IRPEF si applica soltanto sui redditi prodotti nel territorio dello Stato.
Con riferimento ai redditi di lavoro autonomo, quali sono quelli degli artisti, si considerano prodotti nel territorio dello Stato quelli derivanti da attività esercitate nel territorio dello Stato. Tali compensi, se corrisposti a soggetti non residenti da parte di sostituti d’imposta, sono soggetti a una ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 30 per cento. Ne sono esclusi i compensi per prestazioni di lavoro autonomo effettuate all’estero e quelli corrisposti a stabili organizzazioni in Italia di soggetti non residenti.
In altri termini, in base alla normativa italiana, sono imponibili in Italia i soli compensi corrisposti ai lavoratori autonomi non residenti, per l’attività professionale esercitata in Italia; ciò in quanto, il criterio di collegamento ai fini dell’attrazione dei predetti compensi nella potestà impositiva dello Stato è costituito dal luogo ove è svolta la prestazione di lavoro autonomo.
Nel caso di lavoratori non residenti, tuttavia, il trattamento fiscale dei compensi risulta influenzato dalle disposizioni delle Convenzioni contro le doppie imposizioni.


NORME CONVENZIONALI MODELLO OCSE CONTRO LE DOPPIE IMPOISIZONI


Il Modello OCSE di Convenzione per eliminare le doppie imposizioni (nel caso di specie quelle siglate dall’Italia con Austria, Germania e Svizzera in riferimento alla residenza degli artisti scritturati), stabilisce che “i redditi che un residente di uno Stato contraente ritrae dalle sue prestazioni personali esercitate nell’altro Stato contraente in qualità di artista dello spettacolo, quale un artista di teatro, del cinema, della radio o della televisione, o in qualità di musicista, nonché di sportivo, sono imponibili in detto altro Stato”.
Anche ai fini convenzionali, dunque, per i soggetti non residenti, il criterio di collegamento ai fini dell’attrazione dei redditi di artisti e sportivi nella potestà impositiva di uno Stato è costituito dal luogo in cui è svolta la prestazione personale dell’artista o dello sportivo.
Le Convenzioni, non prevedono, tra l’altro, una tassazione esclusiva dello Stato in cui è effettuata la prestazione (Stato della fonte), ma una tassazione concorrente tra Stato della fonte e Stato di residenza dell’artista.
Secondo la disposizione convenzionale, l’elemento che radica il reddito in esame al territorio dello Stato è il luogo di svolgimento delle specifiche prestazioni personali dell’artista e non il complesso dell’attività artistica ovunque svolta dal non residente.
In altri termini, per i redditi imputabili a esibizioni svolte al di fuori del territorio italiano non sussiste il potere impositivo dello Stato, né sono applicabili le regole di diritto interno a fronte di specifiche disposizioni convenzionali. Pertanto, in presenza di un contratto che regoli unitariamente il rapporto di lavoro tra un soggetto residente e un’artista non residente, è possibile ripartire il compenso contrattuale in relazione al rapporto tra le esibizioni svolte in Italia e quelle svolte all’estero.

PARERE DEL FISCO


Nel caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate, gli artisti sono sostanzialmente scritturati per svolgere delle prestazioni personali all’estero, ma nel contempo sono anche obbligati all’esecuzione di prove in Italia, per le quali nulla è previsto in termini di eventuali ulteriori compensi o rimborsi spese.
Al riguardo, l’Agenzia osserva che, in via generale, l’attività lavorativa degli artisti non si esplica soltanto nella partecipazione a recital e altre manifestazioni, ma richiede anche l’espletamento di una preparazione artistica (le cosiddette prove) e la funzionalità di tale preparazione rispetto alla vera e propria prestazione artistica implica che anch’essa costituisce espletamento della prestazione artistica contrattualmente pattuita.
Conseguentemente, la permanenza nel territorio dello Stato al fine di effettuare la preparazione artistica funzionale alla prestazione da eseguire costituisce per gli artisti un aspetto strutturale della prestazione connesso alla causa tipica del contratto. In tal senso, depone anche la circostanza che per le suddette prove non sia previsto alcun compenso. Le stesse non possono, quindi, considerarsi autonome rispetto alla prestazione artistica oggetto del contratto.
Del resto, una diversa soluzione, diretta ad assoggettare a tassazione le prove svolte dagli artisti sulla base dei giorni di effettiva presenza in Italia rispetto ai giorni complessivamente contrattualizzati, in presenza di un unico compenso, non consentirebbe di tener conto della diversa importanza delle prove rispetto all’esibizione finale, verso la quale le prime, come detto, svolgono una funzione meramente preparatoria.
In considerazione delle disposizioni contrattuali sopra descritte, secondo l’Agenzia delle Entrate, le prestazioni artistiche in esame possono considerarsi eseguite interamente all’estero.
Di conseguenza, sulla base delle norme contenute nel modello di Convenzione OCSE contro le doppie imposizioni, il sostituto d’imposta, previa presentazione, da parte dell’artista, di apposita domanda corredata della certificazione di residenza fiscale all’estero rilasciata dalla competente autorità fiscale estera e dalla documentazione comprovante l’effettivo esercizio dell’attività lavorativa all’estero, può non operare la ritenuta a titolo d’imposta ai fini IRPEF sul compenso per le prestazioni artistiche eseguite all’estero.

COVID-19, contributo a fondo perduto: computo somme fuori campo IVA non fatturate


16 SETT 2020 Le somme in oggetto sono da includere ai fini della determinazione del requisito richiesto per ottenere il contributo, nonché in relazione al calcolo delle soglie dimensionali. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 15 settembre 2020, n. 350)

L’art. 25, co. 1, Decreto Rilancio riconosce un contributo a fondo perduto, a favore dei soggetti esercenti attività d’impresa, a condizione:
– che si tratti di soggetti con ricavi di cui all’articolo 85, comma 1, lettere a) e b) del TUIR “non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto” ossia, per i soggetti aventi il periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, nell’anno 2019 (comma 3);
– che l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2020 sia inferiore ai due terzi dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2019 “, facendo riferimento, a tal fine, alla data di effettuazione dell’operazione di cessione di beni o di prestazione dei servizi” (comma 4).
Il successivo comma 5 del citato articolo 25 stabilisce che l’ammontare del contributo è determinato “applicando una percentuale alla differenza tra l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2020 e l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del mese di aprile 2019, stabilita in misura diversa in relazione alla soglia dei ricavi o compensi del periodo precedente – calcolati secondo quanto disposto dal richiamato comma 3 – ossia nella misura del:
a) 20 per cento per ricavi o compensi non superiori a 400.000 euro;
b) 15 per cento per ricavi o compensi superiori a 400.000 euro e fino a un milione di euro;
c) 10 per cento per ricavi superiori a un milione di euro e fino a 5 milioni di euro.
Ai fini della determinazione della soglia di ricavi o compensi di cui al comma 3 dell’articolo 25 del Decreto Rilancio, in linea di principio, non sono inclusi gli altri componenti positivi di reddito, disciplinati da articoli diversi dall’articolo 85, comma 1, lettere a) e b) del TUIR, nonché le ipotesi di ricavi diversi dalle predette lettere:
a) “i corrispettivi delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa”;
b) “i corrispettivi delle cessioni di materie prime e sussidiarie, di semilavorati e altri beni mobili, esclusi quelli strumentali, acquistati o prodotti per essere impiegati nella produzione”.
Per ragioni di semplificazione, le società di capitali devono fare riferimento all’importo indicato nella dichiarazione dei redditi (Modello Unico società di capitali) nel quadro RS, rigo 107, colonna 2.
Con riferimento al requisito della riduzione del fatturato di cui al comma 4 dell’articolo 25 del Decreto Rilancio, invece, per il calcolo del fatturato e dei corrispettivi da confrontare al fine di verificare la riduzione prevista dalla norma in commento, poiché si fa riferimento alla data di effettuazione dell’operazione di cessione dei beni o di prestazione dei servizi, ” dovranno essere considerate le operazioni che hanno partecipato alla liquidazione periodica del mese di aprile 2019 (rispetto ad aprile 2020)”.
E’ stato, quindi, precisato che “devono essere considerate tutte le fatture attive (al netto dell’IVA) con data di effettuazione dell’operazione che cade ad aprile nonché le fatture differite emesse nel mese di maggio e relative a operazioni effettuate nel mese di aprile” e che “occorre tenere conto delle note di variazione di cui all’articolo 26” del Decreto IVA, con data aprile.
Nella fattispecie in esame, il dubbio interpretativo riguarda le somme percepite da una Società per lo svolgimento dei corsi di formazione che costituiscono contributi esclusi dal campo di applicazione dell’IVA ai sensi dell’articolo 2, terzo comma, lettera a), del Decreto IVA e che, pertanto, non siano state oggetto di fatturazione.
Queste somme, dunque, sarebbero state documentate dall’Istante mediante semplici note, prive di valenza ai fini IVA.
Le somme in argomento sono da includere ai fini della determinazione del requisito di cui al comma 3, nonché in relazione al calcolo delle soglie dimensionali di cui al comma 5.
Per quanto concerne l’identificazione della percentuale della riduzione del fatturato, le medesime somme sono da considerare rilevanti, in quanto i rimborsi di cui si tratta, che hanno come contropartita dei costi d’esercizio sostenuti dall’istante (le spese per i beni e servizi oggetto di rimborso da parte del committente), rappresentano ricavi di cui all’articolo 85 del TUIR. L’Istante, pertanto, deve tenere conto delle somme di cui trattasi anche nel calcolo relativo alla riduzione del fatturato di cui al comma 4 dell’articolo 25 del DL Rilancio.

Rientro in Italia di docenti/ricercatori: per l’agevolazione serve la residenza all’estero


I docenti e i ricercatori possono accedere al regime agevolato di cui all’art. 44, D.L. n. 78/2010 laddove siano in grado di comprovare su base convenzionale di aver avuto effettivamente la residenza all’estero prima del trasferimento in Italia e sempreché risultino soddisfatti tutti gli altri requisiti richiesti dalla disciplina (tra le quali, quella di aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblicio privati o università) (Agenzia Entrate – risposta 11 settembre 2020, n. 341).

La disciplina degli incentivi per il rientro in Italia di ricercatori residenti all’estero prevede l’esclusione dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo del 90% degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato.


Il regime agevolativo trova applicazione nel periodo d’imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei cinque periodi d’imposta successivi sempre che permanga la residenza fiscale in Italia.


Per quanto concerne i requisiti soggettivi, i docenti e ricercatori possono beneficiare della tassazione agevolata, al verificarsi delle seguenti condizioni:


– essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato;


– essere stati non occasionalmente residenti all’estero;


– aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblici o privati o università;


– svolgere l’attività di docenza e ricerca in Italia;


– acquisire la residenza fiscale nel territorio dello Stato.


Condizione necessaria per l’applicazione dell’agevolazione in commento, tra le altre, è che il ricercatore acquisisca e mantenga la residenza in Italia.


La disposizione non si rivolge soltanto ai cittadini italiani che intendono rientrare in Italia, ma interessa in linea generale tutti i ricercatori residenti all’estero, che trasferendosi nel territorio nazionale possono favorire lo sviluppo della ricerca in Italia in virtù delle loro particolari conoscenze scientifiche.


Laddove il contribuente sia in grado di comprovare su base convenzionale di aver avuto effettivamente la residenza all’estero prima del trasferimento in Italia e sempreché risultino soddisfatti tutti gli altri requisiti richiesti dalla disciplina (tra le quali, quella di aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi, presso centri di ricerca pubblico privati o università, lo stesso potrà beneficiare dell’agevolazione.