Contratto di espansione: la natura e le caratteristiche dell’intervento di CIGS


L’intervento di CIGS collegato al Contratto di espansione è da ricondurre alla causale della riorganizzazione aziendale, in quanto uno dei criteri istruttori riguarda la necessaria previsione del recupero occupazionale dei lavoratori interessati alle sospensioni o riduzioni di orario, nella misura minima del 70% (art. 1, co. 1, lett. f), D.M. n. 94033/2016), anche attuato con il riassorbimento presso unità diverse della stessa impresa o di imprese terze. Di qui, l’applicazione del contributo addizionale, l’operatività del termine decadenziale per il conguaglio dei trattamenti, l’esclusione di dirigenti, lavoratori a domicilio, apprendisti di 1° e 3° livello dai lavoratori beneficiari del trattamento (Inps, circolare 03 settembre 2020, n. 98)


Come noto, il contratto di espansione si rivolge alle imprese con organico superiore alle 1.000 unità, già rientranti nell’ambito di applicazione della Cigs, che si trovino nella necessità di intraprendere percorsi di reindustrializzazione e riorganizzazione, con conseguenti modifiche strutturali dei processi aziendali, per recepire e sviluppare attività lavorative a contenuto più tecnico. Per utilizzare lo strumento contrattuale, le aziende devono avviare una procedura di consultazione sindacale finalizzata alla stipula ed alla sottoscrizione del contratto di espansione in sede governativa, con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale oppure con le loro rappresentanze sindacali aziendali (RSA) o con la rappresentanza sindacale unitaria (RSU). Il contratto consente alle imprese di immettere forze nuove nel proprio organico e, parallelamente, avviare un percorso di riqualificazione e di aggiornamento delle competenze professionali del personale in forza, difficilmente utilizzabile in maniera produttiva in conseguenza dello sviluppo tecnologico avviato. A tal riguardo, le imprese dispongono di due opzioni:
– con i soggetti che si trovino a non più di 5 anni dalla pensione di vecchiaia o da quella anticipata e che hanno maturato il requisito minimo contributivo, concordare un’uscita anticipata dall’azienda, attraverso la risoluzione dei rapporti di lavoro. Per tale fattispecie di interruzione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro è tenuto al versamento del c.d. ticket (art. 2, co. 31, L. n. 92/2012);
– per i lavoratori che non possono aderire allo scivolo pensionistico, al fine di garantire loro un’adeguata attività formativa, procedere a riduzioni orarie con ricorso al trattamento straordinario di integrazione salariale.
Ai fini del requisito occupazionale, rileva la media dei lavoratori occupati nel semestre precedente la data di presentazione della richiesta di intervento di integrazione salariale, ivi inclusi i periodi di sosta di attività e di sospensioni stagionali; per le aziende di nuova costituzione, analogamente ai casi di trasferimento di azienda, il requisito si determina in relazione ai mesi di attività, se inferiori al semestre. Il computo deve riguardare la singola impresa, anche se articolata in più unità aziendali dislocate sul territorio nazionale, e non i gruppi di imprese o i raggruppamenti temporanei di imprese (RTI). Devono essere ricompresi i lavoratori di qualunque qualifica, non applicandosi gli specifici criteri di computo previsti per i lavoratori a tempo determinato (art. 27, D.Lgs. n. 81/2015), mentre sono esclusi i lavoratori somministrati, i tirocinanti e gli stagisti. Il lavoratore assente, ancorché non retribuito, è escluso dal computo solo nel caso in cui in sua sostituzione sia stato assunto un altro lavoratore, poichè in tal caso è computato il sostituto.
In merito alla natura dell’intervento di Cigs, esso è riconducibile alla causale della riorganizzazione aziendale (art. 21, co. 1, lett. a), D.Lgs. n. 148/2015), considerato che il programma di formazione deve contenere la previsione del recupero occupazionale dei lavoratori interessati alle sospensioni o riduzioni di orario, nella misura minima del 70% (art. 1, co. 1, lett. f), D.M. n. 94033 del 13 gennaio 2016), anche attuato con il riassorbimento presso unità diverse della stessa impresa o di imprese terze. Di qui, l’applicazione del contributo addizionale, l’operatività del termine decadenziale per il conguaglio dei trattamenti (artt. 1, 5 e 7, D.Lgs. n. 148/2015), l’esclusione delle seguenti tipologie di lavoratori da quelli beneficiari del trattamento di Cigs:
– dirigenti;
– lavoratori a domicilio;
– apprendisti con contratto differente da quello di tipo professionalizzante.
Altresì, ai fini dell’accesso alla misura, i lavoratori beneficiari devono possedere, presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento, un’anzianità di effettivo lavoro di almeno 90 giorni alla data di presentazione della relativa domanda di concessione.
L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere richiesto per un periodo non superiore a 18 mesi, anche non continuativi, e non è conteggiabile nel quinquennio di riferimento, in deroga a limiti di durata complessivi e specifici (artt. 4 e 22, D.Lgs. n. 148/2015). In ogni caso, tale periodo rileva ai fini della determinazione dell’aliquota contributiva del contributo addizionale nel caso in cui l’azienda sia autorizzata a fruire di altri periodi di integrazione salariale ordinaria o straordinaria nel quinquennio mobile.
Per tutti gli eventi di Cigs gestiti con il sistema del “Ticket”, le aziende devono indicare il codice evento “CSR” (“Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria Richiesta”), sia in caso di Cassa Integrazione richiesta e non ancora autorizzata, sia dopo aver ricevuto l’autorizzazione; altresì, deve essere indicato il codice “T” in <TipoEventoCIG>.
Per il conguaglio delle prestazioni anticipate, i datori di lavoro espongono il codice “L046”, avente il significato di “Conguaglio CIGS per aziende art. 41 D.lgs. n. 148/2015 (contratto espansione)”, nell’elemento <DenunciaAziendale>, <ConguagliCIG>, <CIGAutorizzata>, <CIGStraord>, <CongCIGSACredito>, <CongCIGSAltre>, <CongCIGSAltCaus>, e l’importo posto a conguaglio nell’elemento <CongCIGDAltImp>.
Per quanto riguarda l’esposizione degli importi dovuti a titolo di contributo addizionale, i datori di lavoro utilizzano il nuovo codice causale “E602”, avente il significato di “Ctr. Addizionale CIG Straordinaria D.lgs 148/2015 art. 41 (contratto espansione)”, presente nell’elemento <CongCIGSCausAdd> di <ConguagliCIG>, <CIGAutorizzata>, <CIGStraord>, <CongCIGSADebito>.

Foto di Andrew Neel su PEXELS


Fondo speciale ex IPOST, rideterminazione dell’aliquota CUAF da gennaio 2020


A seguito delle innovazioni normative introdotte, per il personale iscritto al fondo speciale ex IPOST, dipendente di società diverse dalla capogruppo Poste Italiane Spa, il contributo di finanziamento dell’assicurazione relativa agli assegni per il nucleo familiare, è stabilito nella misura “armonizzata” del 2,48%, a decorrere dal 1° gennaio 2020 (Inps, messaggio 01 settembre 2020, n. 3193)


Con precedente messaggio n. 3635 dell’8 ottobre 2019, l’Inps ha evidenziato che, per i soggetti iscritti ai fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria, la misura del contributo ex CUAF non è stata interessata dalla riduzione disposta dal D.M. 21 febbraio 1996 o da analoghe disposizioni, per cui per i lavoratori iscritti al fondo di quiescenza ex IPOST il contributo di finanziamento dell’assicurazione relativa agli assegni per il nucleo familiare si attesta nella misura del 4,40%, ovvero del 6,20% al netto delle riduzioni compensative pari all’1,80%. Successivamente, tuttavia, con l’emanazione della disposizione di cui all’art. 11, co. 5-bis, del D.L. n. 162/2019, è stato previsto che le disposizioni relative agli assegni per il nucleo familiare (D.P.R. n. 797/1955) non si applicano al personale della società Poste italiane Spa, al quale è comunque assicurato per contratto collettivo un trattamento per carichi di famiglia pari a quello previsto dalla legge, mentre, a decorrere dal 1° gennaio 2020, per il personale iscritto al fondo di quiescenza del soppresso Istituto postelegrafonici (IPOST), la misura del contributo di finanziamento degli assegni per il nucleo familiare è pari a quella in vigore per tempo per gli assicurati al Fondo pensioni lavoratori dipendenti.
Con tale intervento normativo, dunque, da un lato, è stato confermato il regime di esclusione dall’assicurazione CUAF per il personale di Poste Italiane S.p.a. (società capogruppo), dall’altro, è stata parificata l’aliquota del contributo CUAF del personale iscritto al fondo di quiescenza IPOST, dipendente di società del gruppo Poste diverse dalla capogruppo, con quella prevista per gli iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti. Pertanto, il contributo di finanziamento dell’assicurazione relativa agli assegni per il nucleo familiare per il personale iscritto alla gestione ex IPOST, a decorrere dal 1° gennaio 2020, è stabilito nella misura “armonizzata” del 2,48%.
Evidentemente, poi, la suindicata aliquota lorda va defalcata degli esoneri pari a 0,80 punti percentuali (art. 120, L. n. 388/2000) ed all’1% (art. 1, commi 361 e 362, L. n. 266/2005), sicchè il contributo di finanziamento degli assegni per il nucleo familiare si attesta nella stessa misura prevista per la generalità dei lavoratori iscritti all’AGO, pari allo 0,68% (2,48% meno 1,80%).
Pertanto, con decorrenza 1° gennaio 2020, è stato rimosso il codice di autorizzazione “7F”, avente il significato di “aziende con personale iscritto alla gestione ex IPOST con aliquota CUAF pari al 4,40%” con riferimento alle posizioni aziendali con codice statistico contributivo diverso da 2.XX.XX e da 3.XX.XX e contraddistinte dal codice autorizzazione “1V”. Di converso, per le predette posizioni aziendali, restano ferme le indicazioni fornite con il messaggio n. 3635/2019 relative al versamento del contributo ex CUAF nella misura del 4,40% per i periodi pregressi non prescritti fino al 31 dicembre 2019.

Assegno nucleo familiare ai percettori di ASO, le modalità di erogazione e conguaglio


21lug 2020 L’ANF può essere erogato sia a conguaglio, valorizzato sul flusso UniEmens, che a pagamento diretto, attraverso il modulo “SR41”. Nei casi di erogazione dell’assegno ordinario già avvenuta, i datori di lavoro che operano a conguaglio provvedono a corrispondere l’ANF spettante per il periodo ASO già riconosciuto, conguagliando quanto corrisposto come arretrato. Diversamente, i datori di lavoro che hanno richiesto il pagamento diretto dell’assegno ordinario presentano ulteriore domanda con il modulo “SR41”, indicando le somme ANF spettanti per i mesi precedenti, anche contestualmente a quello del mese corrente (Inps, circolare 20 luglio 2020, n. 88)


Come noto, ai beneficiari dell’assegno ordinario (ASO), concesso a seguito della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, limitatamente a tale specifica causale, è riconosciuto l’assegno per il nucleo familiare (ANF) in rapporto al periodo di paga adottato e alle medesime condizioni dei lavoratori ad orario normale (art. 68, D.L. 19 maggio 2020, n. 34).
Nello specifico, l’assegno al nucleo familiare spetta con riferimento agli assegni ordinari concessi dai Fondi di solidarietà contrattuali, dal Fondo di integrazione salariale (FIS) e dai Fondi di solidarietà bilaterali del Trentino e di Bolzano-Alto Adige, per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020.
L’assegno al nucleo familiare può essere erogato sia a conguaglio che a pagamento diretto. Se il pagamento dell’assegno ordinario è a conguaglio, le aziende provvedono a pagare sia l’assegno ordinario che la prestazione accessoria ANF, conguagliando successivamente tutta la somma anticipata. Nel caso, invece, di pagamento diretto dell’assegno ordinario da parte dell’Inps, i datori di lavoro presentano domanda attraverso il modulo “SR41”, indicando la somma spettante come ANF per ciascun lavoratore.
Nei casi di erogazione dell’assegno ordinario già avvenuta, i datori di lavoro che operano con il sistema a conguaglio provvedono a corrispondere la prestazione accessoria ANF spettante per il periodo ASO già riconosciuto, conguagliando successivamente quanto corrisposto come arretrato. Diversamente, i datori di lavoro che hanno richiesto il pagamento diretto dell’assegno ordinario presentano ulteriore domanda con il modulo “SR41”, indicando le somme ANF spettanti per i mesi precedenti, anche contestualmente a quello del mese corrente. Infine, i datori di lavoro che successivamente al 19 maggio 2020 hanno già pagato e conguagliato la prestazione familiare durante i periodi di sospensione o integrazione, provvedono ad effettuare le relative rettifiche al flusso UniEmens, al fine di consentirne la corretta imputazione contabile.
Le modalità operative trovano applicazione nei confronti di tutti i datori di lavoro che erogano l’assegno ordinario, compresi i datori di lavoro esentati dal pagamento della contribuzione CUAF durante la normale attività lavorativa e che corrispondono direttamente gli assegni al nucleo familiare.
Specificamente, per quanto attiene alla compilazione dei flussi Uniemens, a partire dalla denuncia di competenza luglio 2020, ai fini del conguaglio degli ANF maturati per il periodo ASO già riconosciuto, i datori di lavoro compilano l’elemento <InfoAggcausaliContrib>, indicando:
– nell’elemento <CodiceCausale> il codice causale “L019”, avente il significato di “Conguaglio ANF per COVID-19 a carico FIS e Fondi bilaterali di cui agli articoli 26 e 40 del D.lgs n. 148/2015”. Tale codice deve essere utilizzato sia per il conguaglio riferito al mese corrente che per gli arretrati;
– nell’elemento <IdentMotivoUtilizzoCausale>, il valore “N” per le denunce di competenza di luglio e agosto 2020, mentre, a partire dalle denunce di competenza settembre 2020, va inserito il codice identificativo (Ticket), ottenuto dall’apposita funzionalità “Inserimento ticket”, prevista all’interno della procedura di inoltro della domanda al fondo;
– nell’elemento <AnnoMeseRif>, l’AnnoMese di riferimento;
– nell’elemento <ImportoAnnoMeseRif>, l’importo conguagliato, relativo al mese di riferimento della prestazione.
Contestualmente, nella medesima denuncia Uniemens, con riferimento ai mesi per i quali i datori di lavoro abbiano già operato il conguaglio degli assegni per il nucleo familiare erogati ai dipendenti, essi devono procedere alla restituzione di quanto conguagliato utilizzando il codice causale “F110”, da esporre nell’elemento <CodiceCausale> di <InfoAggCausaliContrib>; nell’elemento <IdentMotivoUtilizzo> va indicato il valore “N” e nell’elemento <AnnoMeseRif> il mese di riferimento della prestazione.
I datori di lavoro che hanno sospeso o cessato l’attività, non potendo predisporre le denunce di competenza luglio 2020, devono avvalersi della procedura delle regolarizzazioni contributive (Uniemens/vig), esponendo il codice “L019”, secondo le modalità descritte, mentre per l’eventuale codice di restituzione indicano il codice “F110” all’interno dell’elemento <CausaleRestituzANF> di <ANFADebito> di <GestioneANF>.
Nel caso in cui si debbano restituire importi non spettanti, i datori di lavoro valorizzano all’interno di <DenunciaIndividuale>, l’elemento <InfoAggcausaliContrib>, indicando nell’elemento <CodiceCausale> il codice causale “F119”, avente il significato di “Restituzione ANF per COVID-19 a carico FIS e Fondi bilaterali di cui agli articoli 26 e 40 del D.lgs n. 148/2015”; nell’elemento <IdentMotivoUtilizzoCausale>, per le denunce di competenza di luglio e agosto 2020, va inserito il valore “N”; nell’elemento <AnnoMeseRif> va indicato l’AnnoMese di riferimento; nell’elemento <ImportoAnnoMeseRif>, l’importo da restituire, relativo al mese di riferimento della prestazione.
Per quanto riguarda la compilazione dei flussi “SR41”, a partire dalla competenza luglio 2020, ai fini del pagamento diretto degli ANF maturati nei periodi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per eventi riconducibili all’emergenza da COVID-19 dai beneficiari di assegno ordinario, i datori di lavoro possono indicare l’importo complessivo relativo agli ANF maturati nell’apposito campo del modulo “SR41” con cui viene richiesto il pagamento dell’assegno ordinario. Nel caso sia conclusa la fruizione dell’assegno ordinario, è comunque possibile richiedere col modulo “SR41” i soli importi ANF, indicando come mensilità l’ultimo mese di prestazione usufruito e nel “campo tipo integrazione” della mensilità, il codice “4”.

Cig in deroga per aziende plurilocalizzate, nuova procedura Inps disponibile dal 24 luglio


Le aziende “plurilocalizzate” che hanno ricevuto la prima autorizzazione con decreto ministeriale per l’intero periodo richiesto (22, 13 o 9 settimane), devono inviare la domanda di proroga dell’integrazione salariale direttamente all’Inps, per un ulteriore periodo di 5 settimane e, una volta integralmente fruite le citate 5 settimane, per le eventuali ulteriori 4, per periodi fino al 31 ottobre 2020. La procedura informatica per la presentazione delle domande sarà resa disponibile dal 24 luglio 2020 (Inps, messaggio 17 luglio 2020, n. 2856).


Come noto, i trattamenti di cassa integrazione guadagni (CIG) in deroga, riferiti a periodi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa decorrenti dal 23 febbraio al 31 agosto 2020. per i periodi successivi alle prime 9 settimane, sono autorizzati dall’Inps, su domanda dei datori di lavoro. Peraltro, anche per i datori di lavoro con unità produttive situate in 5 o più Regioni o Province autonome, per i quali era stato il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ad autorizzare, con specifici decreti, le prime settimane di CIG in deroga, la presentazione delle istanze per la richiesta di trattamenti riferiti a periodi successivi avviene direttamente all’Inps (D.M. 20 giugno 2020, n. 9).
I datori di lavoro che invece hanno ottenuto decreti di autorizzazione per periodi inferiori alle 9 settimane, prima di poter richiedere le ulteriori 5 settimane, devono rivolgersi alla Regione o al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nel caso di aziende cd. “plurilocalizzate”, per richiedere la concessione delle settimane mancanti rispetto alle prime 9.
In ogni caso, dunque, la presentazione della domanda all’Inps può aversi solo nel caso di prolungamento oltre le 9 settimane e comunque oltre gli ulteriori periodi concessi ai datori di lavoro operanti nei Comuni delle c.d. zone rosse (art. 22, co. 8 bis, D.L. n. 182020), oltre cioè al completamento di 3 ulteriori mesi, per 22 settimane complessive, nonché nelle Regioni delle c.d. zone gialle (art. 22, co. 8 quater, D.L. n. 18/2020), oltre cioè al completamento di 4 ulteriori settimane, per 13 settimane complessive, prima riconosciute dalle Regioni o, nel caso di aziende plurilocalizzate, dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali (art. 1, D.M. n. 9 del 20 giugno 2020).
Orbene, per quanto attiene alle modalità di presentazione delle domande, le aziende “plurilocalizzate” che hanno ricevuto la prima autorizzazione con decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, per l’intero periodo richiesto (22, 13 o 9 settimane), devono inviare la domanda di proroga dell’integrazione salariale direttamente all’Inps, per un ulteriore periodo di 5 settimane, decorrenti dal 23 febbraio al 31 agosto 2020; una volta integralmente fruite le citate 5 settimane, possono richiedere le eventuali ulteriori 4 settimane per periodi fino al 31 ottobre 2020.
La procedura informatica per la presentazione delle domande sarà resa disponibile dal 24 luglio 2020.
In ogni caso, in considerazione dei nuovi e più stringenti termini previsti per la presentazione delle domande, in fase di prima applicazione, le aziende, con riferimento ai periodi i cui termini di trasmissione fossero già scaduti, potranno utilmente inviare le relative istanze entro e non oltre 15 giorni dalla data di rilascio della procedura.
Per quanto attiene alla tipologia di pagamento, per le aziende “plurilocalizzate” è anche prevista la possibilità di anticipare la prestazione e recuperarne l’ammontare con il sistema del conguaglio contributivo. La modalità si aggiunge a quella di pagamento diretto con anticipo, per cui l’Inps autorizza le domande e dispone l’anticipazione di pagamento del trattamento, nella misura del 40% delle ore autorizzate nell’intero periodo, entro 15 giorni dal ricevimento delle domande stesse.

Esclusa l’assicurazione Inail per i giornalisti parasubordinati


Si forniscono precisazioni sulla tutela assicurativa dei lavoratori parasubordinati, titolari di collaborazioni coordinate e continuative, iscritti nell’elenco dei pubblicisti dell’Ordine dei giornalisti.


La previdenza e l’assistenza attuate dall’Inpgi sostituiscono a tutti gli effetti, nei confronti dei giornalisti, le corrispondenti forme di previdenza e di assistenza obbligatorie, compresa pertanto l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali di cui al DPR n.1124/1965 gestita dall’Inail. Pertanto, la tutela assicurativa dei giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti titolari di un rapporto di lavoro subordinato di natura giornalistica in caso di infortunio è gestita esclusivamente dall’Inpgi.
Relativamente ai giornalisti titolari di collaborazione coordinata e continuativa, dal 1° novembre 2019, l’Inpgi applica il Regolamento attuativo dell’assicurazione infortuni per i giornalisti titolari di collaborazione coordinata e continuativa, approvato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministero dell’economia e finanze. Secondo tale regolamento, i giornalisti, che in ragione del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa-risultano iscritti ai fini previdenziali, presso la gestione separata INPGI, con un compenso annuo non inferiore a 3.000 euro, sono obbligatoriamente assicurati contro gli infortuni presso l’apposita forma assicurativa costituita nell’ambito della Gestione separata INPGI. Quindi, anche per i giornalisti professionisti, pubblicisti e praticanti titolari di collaborazione coordinata e continuativa, la tutela assicurativa contro gli infortuni sul lavoro è garantita dall’Inpgi.
In conclusione, gli eventi infortunistici occorsi a lavoratori parasubordinati iscritti nell’elenco dei pubblicisti dell’Ordine dei giornalisti non possono essere ammessi alla tutela dell’Inail e pertanto devono essere rimborsati, su domanda, al datore di lavoro interessato eventuali premi assicurativi e somme indebitamente versati nel termine della prescrizione decennale.


Riscatto del periodo di laurea, nessun termine decadenziale per la domanda giudiziale


Il riscatto dei contributi previdenziali relativi al periodo di laurea attiene non al rapporto giuridico previdenziale propriamente detto, che sorge solo con il verificarsi dell’evento che dà titolo al corrispondente trattamento pensionistico, ma ad un diverso rapporto, ad esso preliminare, che concerne la formazione della posizione assicurativa che ne costituisce il presupposto e che ha ad oggetto il pagamento della corrispondente riserva matematica. Tanto premesso, all’azione giudiziale inerente tale istituto non può applicarsi il termine di decadenza triennale previsto per le controversie riguardanti trattamenti pensionistici (Corte di Cassazione, sentenza 02 luglio 2020, n. 13630)


La vicenda giudiziaria riguarda la decadenza dalla domanda di riscatto dei contributi previdenziali relativi al periodo di laurea, pronunciata in primo grado e poi confermata da una Corte di appello territoriale. Quest’ultima, in particolare, aveva ritenuto che, avendo il lavoratore ricorrente presentato la domanda amministrativa nell’ottobre 1985 e successivamente intentato l’azione giudiziaria nel 2010, il medesimo fosse incorso nella decadenza ex art. 47 del D.P.R. n. 639/1970, Secondo tale disposizione, infatti, in materia di controversie riguardanti trattamenti pensionistici, l’azione giudiziaria può essere proposta, a pena di decadenza, entro il termine di tre anni dalla data di comunicazione della decisione del ricorso pronunziata dai competenti organi dell’Inps o dalla data di scadenza del termine stabilito per la pronunzia della predetta decisione, ovvero dalla data di scadenza dei termini prescritti per l’esaurimento del procedimento amministrativo, computati a decorrere dalla data di presentazione della richiesta di prestazione.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, lamentando che il termine triennale può trovare applicazione solo rispetto alle domande presentate dopo l’entrata in vigore del D.L. n. 384/1992 ed altresì che la domanda di riscatto non comporta per l’Ente previdenziale alcun esborso di ratei pregressi, ma piuttosto l’acquisizione di somme a titolo di contributi a valere su una futura prestazione pensionistica.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. In passato, anche recente, si è ritenuto che la domanda di riscatto del corso di laurea rientrasse tra le prestazioni previdenziali previste a favore di determinati lavoratori subordinati, sicché ad essa sarebbe stato applicabile il termine di decadenza triennale ex art. 47, D.P.R. n. 639/1970, fermo restando che la maturazione del termine non escludeva che il riscatto potesse essere chiesto successivamente, ancorché con riferimento ai parametri retributivi in atto alla data della nuova domanda (Corte di Cassazione, sentenza n. 20924/2018). Tuttavia, non pare possibile dare continuità a simile opzione interpretativa.
Dal punto di vista letterale, infatti, la norma in questione assoggetta a termine di decadenza l’azione giudiziaria per le controversie in materia di trattamenti pensionistici e per quelle in materia di prestazioni della gestione di cui all’art. 24 della L. n. 88/1989 (disoccupazione, il Fondo di garanzia TFR, tubercolosi, cassa integrazione guadagni, CISOA, assegni familiari, etc.), ma la controversia concernente la sussistenza del diritto al riscatto del periodo di laurea non può considerarsi appartenente al novero delle controversie in materia di “trattamenti pensionistici”. Il riscatto è istituto finalizzato a consentire la copertura assicurativa di un periodo in cui l’interessato, essendosi dedicato allo studio, non ha potuto ottenere il versamento dei contributi assicurativi che avrebbe invece conseguito se avesse lavorato. Dunque, esso attiene non al rapporto giuridico previdenziale propriamente detto, che sorge soltanto col verificarsi dell’evento protetto che dà titolo ai corrispondenti “trattamenti pensionistici”, ma ad un diverso rapporto, ad esso preliminare, che concerne la formazione della posizione assicurativa che ne costituisce il presupposto e che ha ad oggetto il pagamento della corrispondente riserva matematica (art. 13, L. n. 1338/1962) e l’adempimento da parte dell’ente previdenziale di quegli obblighi di carattere tecnico-amministrativo utili a soddisfare il corrispondente interesse dell’assicurato.
Del resto, le stesse pronunce che hanno affermato l’assoggettabilità delle controversie in materia di riscatto alla decadenza ex art. 47, D.P.R. n. 639/1970, hanno comunque ritenuto di escludere per il diritto al riscatto ciò che invece della decadenza è conseguenza normale e indefettibile, ossia l’estinzione definitiva del diritto che ne è oggetto e l’impossibilità di conseguirlo mediante una nuova domanda. Il che è, ovviamente, conclusione contraddittoria rispetto alla premessa dell’applicabilità del regime decadenziale.

Assunzione di lavoratori in Cigs con assegno di ricollocazione, le istruzioni Inps per l’esonero


Con circolare n. 77 del 27 giugno 2020, l’Inps fornisce indicazioni per la richiesta e la fruizione dell’esonero contributivo spettante ai datori di lavoro che assumano lavoratori in Cigs beneficiari di un assegno di ricollocazione. Detta riduzione spetta per un periodo massimo di 12 mesi per le assunzioni a tempo determinato e per un massimo di 18 mesi nelle ipotesi di assunzioni a tempo indeterminato.


Come noto, nei casi di ricorso all’intervento di Cigs per le causali di riorganizzazione ovvero di crisi aziendale, per le quali non sia espressamente previsto il completo recupero occupazionale, la procedura di consultazione sindacale può concludersi con un accordo che preveda un piano di ricollocazione, con l’indicazione degli ambiti aziendali e dei profili professionali a rischio di esubero. I lavoratori rientranti nei predetti ambiti o profili possono richiedere all’ANPAL, entro 30 giorni dalla data di sottoscrizione dello stesso accordo, l’attribuzione anticipata dell’assegno di ricollocazione (art. 23, D.Lgs. n. 150/2015), spendibile in costanza di trattamento straordinario al fine di ottenere un servizio intensivo di assistenza nella ricerca di un altro lavoro.
Orbene, il datore di lavoro privato, a prescindere dalla circostanza che assuma o meno la natura di imprenditore, anche se del settore agricolo, il quale assuma il lavoratore nel periodo in cui usufruisce del servizio di ricollocazione, ha diritto ad un’agevolazione contributiva consistente nell’esonero dal versamento del 50% dei contributi previdenziali a suo carico, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Inail, nel limite massimo di importo pari a 4.030,00 euro su base annua, annualmente rivalutato.
Il datore di lavoro beneficiario non deve presentare assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli del datore che ha posto Cigs il lavoratore e che lo ha alle dipendenze.
Ricorrendo detta ipotesi, viene conseguentemente a cessare il rapporto di lavoro tra il lavoratore cassaintegrato e l’azienda dalla quale precedentemente dipendeva e che è stata ammessa al trattamento straordinario di integrazione salariale (Inps, circolare n. 109/2019).
L’esonero è riconosciuto per una durata non superiore a:
– 18 mesi, in caso di assunzione con contratto a tempo indeterminato;
– 12 mesi, in caso di assunzione con contratto a tempo determinato; laddove nel corso del suo svolgimento, il predetto contratto venga trasformato in contratto a tempo indeterminato, il beneficio contributivo spetta per ulteriori 6 mesi (art. 24-bis, co. 6, D.Lgs. n. 148/2015, inserito dall’art. 1, co. 136, L. n. 205/2017).
L’incentivo spetta per le assunzioni, anche a scopo di somministrazione, a tempo pieno o parziale, fermo restando che in tale ipotesi la misura della soglia massima va ridotta sulla base della durata dello specifico orario di lavoro. Rientrano nel campo di applicazione anche i rapporti di apprendistato ed i rapporti di lavoro subordinato instaurati in attuazione del vincolo associativo con una cooperativa di lavoro. Il beneficio non spetta, invece, nelle ipotesi di:
– contratto di lavoro domestico;
– contratto di lavoro intermittente;
– prestazioni di lavoro occasionale (art. 54-bis, D.L. n. 50/2017).
La fruizione dell’esonero è subordinata, con riferimento al datore di lavoro che assume, alla regolarità contributiva, all’assenza di violazioni delle norme fondamentali a tutela delle condizioni di lavoro, al rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali, nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (art. 1, commi 1175 e 1176, L. n. 296/2006). Altresì, il diritto alla fruizione è subordinato al rispetto dei principi generali in materia di incentivi all’occupazione (art. 31, D.Lgs. n. 150/2015).
L’esonero contributivo è cumulabile, nei limiti della contribuzione datoriale effettivamente dovuta, con le altre riduzioni delle aliquote di finanziamento previste dalla normativa vigente, nonchè cumulabile con gli incentivi che assumono natura economica.
Ai fini della fruizione del beneficio, il datore di lavoro interessato deve inoltrare all’Inps, avvalendosi esclusivamente del modulo di istanza on-line “BADR”, disponibile sul sito internet www.inps.it, nella sezione denominata “Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo)”, una domanda di ammissione all’agevolazione. L’Istituto, una volta ricevuta la domanda telematica, verifica, mediante la consultazione della banca dati gestita dall’ANPAL, se il lavoratore per la cui assunzione si richiede l’agevolazione sia titolare dell’assegno di ricollocazione e, in caso di esito positivo della verifica, autorizza la fruizione dell’agevolazione per il periodo spettante. In seguito all’autorizzazione, il soggetto interessato può fruire del beneficio mediante conguaglio/compensazione nelle denunce contributive (Uniemens o DMAG), avendo cura di non imputare l’agevolazione a quote di contribuzione non oggetto di esonero.
Il suddetto esonero, ancorché costituisca una misura di riduzione del costo del lavoro con l’utilizzo di risorse statali, si caratterizza come intervento generalizzato, potenzialmente rivolto a tutti i datori di lavoro privati che operano in ogni settore economico del Paese, e dunque non inquadrabile come aiuto di Stato ai sensi della normativa UE.